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Aneddoti sul popolo Shuar

Aggiornamento: 7 dic 2023

Per questo terzo blog voglio approfondire con voi il popolo Shuar, ve li ho solamente accennati nel blog precedente relativo al museo MUSA di Napoli, ma sapendo quanto c'è da raccontare su di loro, ho preparato questo piccolo approfondimento.


Nell'immagine seguente un missionario Salesiano tra gli Shuar Quito, Ecuador – 1895 – Nel 1963 esistevano 11 case salesiane in mezzo alla giungla, con diverse parrocchie e un gruppo di salesiani deputati al lavoro tra gli indigeni del luogo

Abbiamo visto che sono una tribù indigena del sud-ovest della foresta Amazzonica e che sono meglio conosciuti al grande pubblico come gli "Jivaros" (che significa barbaro), ma perchè sono stati definiti barbari? Per capirlo meglio dobbiamo prima parlare delle Tsantsa, che sicuramente avrete visto in film e serie tv, se siete fortunati ne avete viste anche in alcuni musei sparsi per il mondo. Le Tsantsa sono delle teste rimpicciolite di esseri umani ma, attenzione, gli Shuar non sono gli unici ad avere questa tradizione, anche altri popoli come gli Achuar e gli Huambisa avevano questa usanza. (Sì fan di Harry Potter, la stessa testolina che si vede nel nottetempo). Pensate che anche al giorno d'oggi (in casi del tutto eccezionali) è una pratica in vigore, nonostante sia vietata dalle leggi dello stato dell'Ecuador. Perchè creare un Tsantsa? La pratica era strettamente legata alle credenze spirituali del popolo Shuar, secondo la loro tradizione lo spirito di un individuo continuava dopo la sua morte, quindi quando si scontravano con tribù rivali e avevano la meglio, creavano delle Tsantsas con le teste degli avversari in modo da imprigionare con un rituale magico il loro spirito dentro alle teste, per evitare che questo si aizzasse contro i guerrieri e la tribù Shuar. Si credeva che le teste rimpicciolite avessero poteri magici e spesso, venivano utilizzate in cerimonie religiose o come trofei di guerra. La pratica in realtà iniziò ed essere diffusa inizialmente per creare talismani di buon auspicio, infatti le prime teste ad essere rimpicciolite non provenivano da tribù rivali, ma erano degli stessi guerrieri Shuar. Volendo intrappolare il loro potente spirito per mantenerlo a servizio e protezione della comunità, venivano create delle tsantsa con i loro resti e i loro poteri venivano invocati per il benessere del villaggio.


Teste rimpicciolite nella collezione permanente di Ye Olde Curiosity Shop, Seattle

Il processo di creazione di una tsantsa coinvolgeva varie fasi e poteva essere effettuata solo da alte cariche della società Shuar. Dopo la morte di un individuo il cranio veniva rimosso. Successivamente, la pelle veniva separata dal cranio, cotta e ridotta così di dimensioni. Il risultato finale era una testa rimpicciolita, di solito delle dimensioni di una mela, con i lineamenti del viso ancora piuttosto riconoscibili. La pelle veniva spesso trattata con erbe e resine per preservarla e la lunghezza di barba e capelli mantenuta invariata, per questo motivo solitamente negli esemplari c'è una grande sproporzione. Le tsantsas suscitarono un forte interesse negli etnologi, antropologi e collezionisti, arrivando al punto di creare un vero e proprio mercato nero dedicato. Per un certo periodo gli Shuar erano disposti a uccidersi a vicenda pur di soddisfare la domanda degli interessati, che senza scrupolo acquistavano questi simboli spirituali come oggetti di collezione. La morbosità degli occidentali iniziò a creare una domanda talmente alta di questo prodotto che gli Shuar smisero definitivamente di compiere i complessi rituali che accompagnavano un tempo la realizzazione delle teste, e le trasformarono in un prodotto di consumo.

Il prezzo era di una pistola per una tsantsa. Le armi da fuoco così ottenute davano agli Shuar la possibilità di cacciare ancora più teste, che a loro volta permettevano di acquistare più armi in un tossico circolo vizioso. Se le teste usate un tempo erano solo quelle degli uomini, cominciarono a ricavarne da donne e bambini, da scimmie e da bradipi, oppure dai coloni stessi, prese senza troppa fatica dai corpi non reclamati negli obitori delle città. In questo modo gli stessi coloni bianchi, con la loro richiesta continua, produssero sul serio quei “cacciatori di teste senza scrupoli” quei "Jivaros" che avevano immaginato. Non viene difficile dunque comprendere che la maggior parte delle tsantsa in giro per il mondo e per i vari musei risulti essere di categoria commerciale e non cerimoniale, citando le parole dell’antropologa Frances Larson: "I visitatori vedono questi reperti e li scambiano per i trofei raccapriccianti di un popolo selvaggio e ancora vergine, quando in realtà si tratta dei trofei raccapriccianti prodotti dalla fascinazione europea e americana per il concetto di popolo selvaggio e ancora vergine. I falsi parlano di morti senza nome, di poveri ed emarginati caduti vittima del commercio internazionale di pezzi da collezione esotici, che ben poco aveva a che fare con le credenze indigene della giungla amazzonica." Esistono ad oggi varie pubblicazioni di ricerche antropologiche e scientifiche autorevoli che ci aiutano a capire con precisione l'entità del fenomeno delle tsantsa commerciali, vi riporto di seguito il link ad un paio di questi studi per l'approfondimento più tecnico:

Per capire meglio gli Shuar: secondo questo popolo oltre all'anima convenzionale, detta nekás wakán, che ci accompagna fin dal principio e con cui ci identifichiamo, ce ne sono almeno altre due che si creano in determinate condizioni.


  • Una è detta wakáni, che significa "anima, ombra" ed è un'anima di vendetta. Si genera pochi giorni dopo la morte, se la persona è stata uccisa. Ha soltanto il desiderio di vendicarsi, vuole uccidere a sua volta l'omicida e non possiede nessun tipo di ricordo tranne quello della propria morte mediante il quale riesce a trovare l'aggressore.


  • La seconda è chiamata arùtam* wakán, "anima dell'arútam", (per comprendere meglio cosa sia un arùtam vi lascio una nota a piè pagina)consiste nel dono di un antenato. Questo dono viene consegnato a uno degli uomini Shuar durante un rituale. Se ad esempio otteniamo l'arùtam del giaguaro, significa che un nostro antenato in una delle sue esistenze è stato un giaguaro e dispone del potere di quell'arùtam.

Riguardo alla morte, il popolo Shuar pensa che una volta che il corpo inizia a scomporsi anche lo spirito lo fa. Esiste un confine tra la pelle del corpo umano e quello spirituale per cui quando la pelle inizia a consumarsi col passare del tempo anche lo spirito si consuma in pari misura. Anche l'anima, non più tenuta insieme dal corpo spirituale, percorre destini diversi. Corpo e anima diventano polvere ma l'anima è in grado di tornare sulla terra sotto forma di vita animale o umana e in un certo modo si reincarna


Bellissimo esemplare di Tsantsa venduto da Darwin&Wallace



Nelle radici delle antiche culture native dell'America, gli sciamani emergono come ponti tra il mondo terreno e quello ultraterreno. Nella cuore della cultura Shuar, questi sciamani prendono il nome di Uwishìn, incarnano il mistero e la saggezza, con poteri che svelano un intricato legame tra l'uomo e la terra. L'aspirante sciamano Shuar intraprende un viaggio iniziatico, un percorso di acquisizione di poteri sconosciuti. Inizialmente, poche istruzioni delineano la strada, solo con il tempo e la dedizione, gli "spiriti di grande forza e saggezza" dovrebbero svelargli la completa sapienza sciamanica. Queste istruzioni vengono ritenute segrete e non sono note al resto del popolo, per questo possiamo parlare di un vero e proprio cammino iniziatico. Nel mentre gli Uwishìn affrontano prove e lunghe immersioni nella natura che li circonda, questo contatto diretto e prolungato dovrebbe far sorgere in loro la comprensione della relazione esistente a livello spirituale e materiale tra l'uomo e la terra.

Per gli Shuar, le malattie hanno radici spirituali. Esse affondano nell'"Altra Realtà" e possono essere manipolate dagli Uwishìn. Durante il processo di cura, gli sciamani portano con sé i Tunchi, creature considerate spiriti alleati e guardiani. Insieme a essi, invocano i Pasuk, spiriti guida che li conducono alla ricerca di anime smarrite o all'origine del male. Gli sciamani Shuar percorrono il cammino della guarigione attraverso rituali intricati. Utilizzano piante e materiali specifici, mostrando la loro centenaria conoscenza del territorio e della natura a disposizione. La guarigione fisica, sebbene importante, è solo un tassello del quadro più ampio, viene visto come lo strato più esterno, lo sciamano aspira a ristabilire l'equilibrio tra l'uomo, gli spiriti superiori, gli avi, e l'intero cosmo. L'obiettivo finale degli Uwishìn non è solo la guarigione fisica, ma piuttosto il recupero di un significato nella vita di chi si rivolge a loro, vedendo la loro malattia fisica come manifestazione di uno squilibrio vitale più profondo.

Esemplare al Museo dell'Uomo di San Diego, San Diego, California, USA


Tra le altre usanze curiose c'è il túna, ovvero Il pellegrinaggio alle cascate. Gli uomini e le donne Shuar intraprendono questo viaggio in cerca di visioni, spesso motivati da momenti di crisi o difficoltà psicologica. L'obiettivo del pellegrinaggio è ottenere una visione chiamata arútam. I partecipanti cercano di vedere e toccare l'arútam, spesso rappresentato da creature come giaguari giganti o anaconda. La visione è associata a un significato personale e deve essere mantenuta segreta per un certo periodo di tempo. Al ritorno al villaggio, lo spirito dell'arútam entra nel corpo del cercatore, che deve aspettare almeno un anno prima di condividere la propria esperienza con persone vicine.

Oltre al rituale collettivo alle cascate, gli Shuar possono anche intraprendere riti individuali di ricerca di visione in una capanna appositamente costruita. In questo caso, l'individuo cerca l'aiuto di un wea (anziano saggio del villaggio) per guidarlo durante la ricerca di una visione, preparando personalmente le bevande con piante psicoattive.

Ci sarebbe ancora molto da dire sugli Shuar e sulle loro antiche usanze che risultano così difficilmente comprensibili per noi, dalla Geofagia delle partorienti, riti di iniziazione femminile come il nua tsankram che letteralmente si traduce come “donna tabacco”, l'usanza del clistere di sostanze psicoattive ricavate dalla pianta maikiúa, alla birra di saliva e manioca, ma per questo si potrebbe scrivere un intero capitolo a parte. Parliamo di tradizioni centenarie che sono talvolta fortemente in contrasto con quella che è una visione di etica contemporanea occidentale e meriterebbero un approfondimento per poterle capire al meglio togliendo il più possibile quel velo di giudizio che volenti o nolenti ci portiamo dietro dal nostro contesto sociale e culturale.

Non posso chiudere questo breve approfondimento senza parlare delle sfide che tutt'ora il popolo Shuar, che ha resistito fino ai giorni nostri, deve affrontare per salvaguardare la propria cultura e territori. Nello scorso anno (2022) ha finalmente ottenuto la protezione nazionale per una parte del suo territorio dopo decenni di lotta contro la deforestazione e l’inquinamento nelle sue foreste pluviali ricche di biodiversità. Il Sistema nazionale di aree protette dell’Ecuador comprende ora la foresta ancestrale di Tiwi Nunka di 5.497 ettari, in cui vive la comunità indigena Shuar di El Kiim. Il verdetto sancisce che la terra dovrebbe essere al sicuro da futuri sfruttamenti, tra cui l’estrazione mineraria, l’allevamento di bestiame e l’invasione agricola. L’area non ospita solo molte delle tradizioni ancestrali della comunità, come la raccolta e la produzione di medicinali e l’esecuzione di bagni rituali nelle cascate, ma anche un’importante biodiversità come il tapiro di montagna e l’orso dagli occhiali. Per chiudere riporto le parole degli stessi rappresentanti della comunità Shuar: "Stiamo proteggendo la foresta perché questi sono gli ultimi alberi che abbiamo per legname e medicinali", ha detto Washington Tiwi, residente a El Kiim ed ex capo della comunità. “Alcune specie, come gli orsi, le scimmie urlatrici e i tapiri, sono così protette dall'estinzione. I nostri figli e le generazioni future potranno vederli e sapere che queste specie esistono e sono protette”. "La natura ci dà molte cose per sopravvivere ed è per questo che dobbiamo conservare quest'area protetta", ha affermato Milton Asamat, presidente del Centro Shuar Kiim. “I nostri anziani ci hanno lasciato in eredità il compito di prenderci cura della natura e di tutte le specie. Vogliamo preservare l’acqua, le piante e tutto ciò che ha vita”. *Arutam Il concetto di arútam è polissemico. E' stato variamente definito come spirito degli antenati, essere potente, essere mitico, anima, forza o potere, destino potenziale, animale guida; ma queste definizioni corrispondono a definizioni parziali di cos'è un arútam, per poter esser meglio comprese dalla nostra cultura che non ha nulla di simile nel proprio vocabolario e immaginario. L’arútam è innanzitutto una forma di potere spirituale che un individuo può ottenere mediante le visioni indotte dalle sostanze psicoattive e che risiede nel suo corpo convertendosi in parte della sua identità personale. Anche le apparizioni di esseri sovrannaturali nel corso delle visioni vengono chiamate arútam, come anche gli eroi culturali o le divinità delle cosmogonie e antropogonie mitologiche degli Shuar. E' spesso inteso come una “visione”, o come qualcosa che si incontra nel corso di una visione e che viene incorporato nell’individuo che la esperisce. Un individuo può possedere diversi arútam, e più ne possiede più aumenta il suo potere e la rispettabilità nel gruppo sociale. Quando l’individuo muore, l’arútam che possedeva si stacca dal corpo e continua a esistere in forma indipendente, rimanendo nell’ambiente naturale, bosco, fiume o, preferibilmente, nelle cascate, sino a che un altro individuo non riesce ad appropriarsene mediante una sua visione. Se qualcuno incontra un arútam durante una visione, questo si manifesta prima in una figura metaforica e poi come una figura antropomorfa che ricorda nelle apparenze la persona deceduta a cui era appartenuta in precedenza.



Jerome e Ardath Welo e Wendell Baker con gli Shuar, all'inizio del XX secolo


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